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Le connessioni. Virtuali e umane?

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 Viviamo nell'era del "ti seguo" anche se non ho mai tempo per un caffè. Ci preoccupiamo di non perdere la connessione wi fi quando ci siamo ormai disconnessi da tempo dalla matrice della nostra vera essenza.

Siamo tutti online, ma poco allineati con noi stessi e con chi ci respira accanto. Condividiamo viaggi, cibi, momenti ed emozioni con amici virtuali ignorando spesso le persone reali con cui stiamo viaggiando, mangiando e con cui dovremmo emozionarci. Ma dove stiamo andando?

Non demonizzo assolutamente la tecnologia e i nuovi linguaggi da essa proposti, che anzi leggo come una nuova opportunità di comunicazione (io stessa uso i social per lavoro e per piacere), quello che però è necessario evitare che accada è che si possa perdere di vista la gioia dell'incontro reale, l'apertura all'altro come possibilità di crescita e conoscenza di se stessi. Queste sono dimensioni imprescindibili per poter superare la reificazione della relazione con l'altro operata dalle connessioni virtuali e sperare in un nuovo umanesimo dell'incontro reale.

La tecnologia è sicuramente un mezzo formidabile e straordinario, ma deve restare tale, non diventare un fine sostituendosi all'insostituibile e cioè alle relazioni umane fatte di corpi e sentimenti. È questa la sindrome, non più solo giapponese, ma ormai universale che prende il nome di hikikomori. Su questa via la vita si coagula in un deserto emozionale e cognitivo spaventoso. Per arrestare questa desertificazione ontologica dell'uomo, è decisivo che ciascuno rifletta, responsabilmente, sulle scelte che quotidianamente opera rispetto all'uso delle connessioni tecnologiche che rischiano di frapporsi nel cammino personale e relazionale con gli altri significativi che ci circondano, fino ad intaccare il nostro rapporto con la vita e tutta la realtà esterna.

Dietro alla connessione virtuale ci sono le persone, come dico sempre, per cui ritengo che anche queste ultime possano intendersi come relazioni che spesso però potrebbero essere contraffatte proprio perché vissute in una dimensione irreale che potrebbe falsare, edulcorare o addirittura ingannare sulla veridicità delle persone stesse.

Gli strumenti tecnologici, sono stati creati con l'obiettivo di migliorare la nostra vita quotidiana, invece, come sempre più spesso accade, si stanno rivelando dei boomerang indirizzandoci verso un'attrazione patologica conseguentemente al loro utilizzo compulsivo e fuori controllo. Inoltre, i rischi legati all'abuso della vita virtuale sono strettamente collegati anche a disturbi fisici dove l'esposizione prolungata può determinare malessere, sbalzi dell'umore, cefalea, disturbi visivi, stanchezza ricorrente, ansia e difficoltà di concentrazione oltre allo scarso desiderio di relazionarsi con gli altri. Ma la troppa tecnologia è un tarlo che può andare ad intaccare anche quelle funzioni mentaliinterconnesse sia alla sfera individuale che relazionale.

Dobbiamo prestare attenzione perciò a non cadere in queste trappole e soprattutto dobbiamo evitare che ciò accada ai nostri figli, ai giovani che essendo nati nell'era della connessione virtuale, tanto si sono perso di quella meraviglia del raccontarsi guardandosi negli occhi, del parlarsi a tavola, del connettersi con gli amici ad una festa e relazionarsi con loro senza filtri.

Spesso, dietro all'abuso della connessione virtuale, c'è la paura della relazione reale, umana, vera.

Infatti, attraverso una tastiera, un video, viene creata una "distanza virtuale", il che significa poter evitare quell'impatto emotivo diretto con i nostri interlocutori, trovando così una risposta alle insicurezze legate alle relazioni, ma anche alla paura del rifiuto e a quei sentimenti di timore decisionale. E, anche in questo caso, sono proprio gli adolescenti che abusano di queste barriere come strumento di difesa per affrontare insicurezze nella comunicazione, sia nella fase iniziale di conoscenza che in quella di trasformazione e gestione delle relazioni.Ecco allora che la "comunicazione virtuale" và a sostituire la"comunicazione reale", dove computer, smartphone o tablet prendono il sopravvento arrivando a sostituirsi alla concreto.

Altro importante cardine psicologico è quello legato all'abuso che diventa il mezzo per gestire la solitudine, quasi come una sorte di antidepressivo multimediale. In questo senso lo smartphon, per esempio, può diventare il simbolo della presenza dell'altro in un pericoloso scambio soggetto/oggetto. Ma c'è pure il fatto che il "non essere online" riflette un'esclusione psicologica dal globo relazionale dove scatta l'esigenza, quasi in forma di astinenza, di avere sempre un dispositivo connesso per avere il controllo totale della nostra vita e delle "vite amiche" e dove l'incapacità di staccare viene giustificato con continui alibi. Bello l'esempio che viene preso spesso di riferimento, ossia l'incapacità di riuscire a disconnettersi dalla rete per ragioni che vengono collegate alla sicurezza mentre in realtà, sotto tutto questo, si maschera l'idea di poter tenere sotto controllo paure, insicurezze e fobie.

La relazione virtuale sta portando lentamente l'essere umano ad una forma di analfabetismo emotivo prodotto proprio dall'assenza della corporeità.

Per esempio, lasciare il proprio ragazzo semplicemente cambiando il proprio status su Facebook da «fidanzata» a «single» è molto diverso che dirgli «ti voglio lasciare» guardandolo negli occhi. Se nel secondo caso, osservare la risposta emotiva dell'ex ci costringe a condividere la sua sofferenza spingendoci a moderare le parole e i gesti, usando il social network l'altro e le sue emozioni non sono immediatamente visibili e non hanno quindi un impatto diretto sulle nostre decisioni. Ciò priva il soggetto di un importante punto di riferimento nel processo di apprendimento e comprensione delle emozioni proprie e altrui con effetti che vanno dal disinteresse emotivo alla psicopatia.

Ma come facciamo allora a difenderci da queste nuove dipendenze vista la difficoltà nell'individuare il confine tra buon uso ed abuso? Psicologi e sociologi dicono che una delle soluzioni sarebbe quella di allontanarsi dalla tecnologia per almeno due ore al giorno togliendo ogni diavoleria elettronica da tavola e a letto. Questo, tra l'altro, è anche il consiglio che Eric Schmidt ha dato agli studenti dell'Università di Boston durante la cerimonia di consegna delle lauree. Il presidente di Google ha invitato i ragazzi ad intrattenere anche rapporti "reali" e non solo "virtuali", conversando con amici e familiari, evitando così di vivere la vita solo alla luce di un monitor.

Allora, non demonizziamo nulla, usiamo i mezzi tecnologici a nostra disposizione per migliorarci la vita e non per distruggercela, usiamoli e non facciamoci usare e manipolare da essi. Teniamo noi il comando della nostra esistenza e con l'intelligenza e la consapevolezza, obblighiamoci a riconoscere i limiti e i confini tra reale e virtuale senza mai sovrapporrei due mondi o addirittura sostituire la relazione virtuale a quella umana, l'unica in grado di renderci soggetti pensanti, con un'intelligenza emotiva necessaria alla relazione vera capace di generare l'emozione pura.

E voi, come siete connessi?

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